Editoriale

Matteo Salvini ad Ariano Irpino: la pseudodemocrazia dei giorni nostri

Prima di addentrarmi nel pieno della questione e dei problemi che si sono palesati oggi mi sembra doveroso e opportuno scrivere e spiegare l’uso proprio di tre parole che spesso usiamo e abusiamo e di cui strumentializzamo il loro significato, dimenticandoci l’originale.

Le parole in questione sono tre: democrazia, libertà di pensiero e manifestazione. Queste elencate, oltre ad essere parole presenti nel nostro vocabolario comune, sono termini che hanno valenza giuridica perché sanciti dalla nostra Costituzione.

Il Principio di democrazia lo troviamo nell’articolo 1 della Costituzione che come molti sapranno serve a stabilire che l’Italia è una Repubblica democratica in cui la sovranità appartiene al popolo. Vivere in uno Stato democratico significa che in un determinato Paese deve essere ed è garantita  l’uguaglianza e dove vengono garantiti i diritti fondamentali e inviolabili dell’uomo. Questi diritti devono essere garantiti al cittadino in quanto singolo e all’interno di manifestazioni sociali, come quelle politiche o di associazioni.

La libertà del cittadino viene sancita sempre all’interno della Costituzione italiana negli articoli 13-54 e precedentemente sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Tra i diritti fondamentali più importanti c’è il diritto alla vita e alla salute, la libertà di pensiero, di parola e di stampa e quella di poter praticare liberamente la propria fede religiosa e politica. La Costituzione prevede dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale che vengono rappresentati in libertà riconosciute  a patto che non si trasformino in egoismo dei più forti a danno dei più deboli.

All’interno dell’articolo 17 e 21 della Costituzione si parla della libertà di pensiero e della libertà e del diritto di poter manifestare.

L’articolo 17 della Costituzione afferma:

I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi.

Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso.

Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.

L’articolo 21 invece stabilisce:

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Detto e stabilito questo, non da me ma dalla nostra Costituzione, andiamo ad analizzare l’episodio di oggi.

Partendo dal presupposto che ci troviamo in Irpinia che tra i diversi problemi “vanta” quello dello spopolamento. Stamattina in previsione dell’arrivo di Matteo Salvini sono stati chiusi alcuni accessi pubblici e limitata di conseguenza la viabilità cittadina probabilmente per la paura che potesse svolgersi un’insurrezione popolare con quattro anime presenti (circa 200) o che volassero pomodori come è successo a Torre del Greco dove il leader leghista è stato costretto a risalire in auto e annullare il comizio.

Altro elemento sconcertante e surreale è stata la presenza della Polizia di Stato in numero proporzionale maggiore rispetto ai presenti.

Vi mostriamo una foto di stamattina, scattata da un manifestante, per farvi comprendere visivamente lo stato delle cose che si sono verificate. Questa puntualizzazione non significa che la presenza delle Forze dell’Ordine non doveva esserci a tutela dell’ordine pubblico in primis  ma sembra un’esagerazione che purtroppo a mio avviso è la conseguenza della pseudodemocrazia dei nostri giorni.

La copiosa presenza della Polizia stamattina ad Ariano Irpino per l'arrivo di Matteo Salvini

Manifestantri contro Salvini in netta minoranza rispetto alla Celere presente

Mi spiego meglio, partendo dal presupposto che la violenza umana che sia fisica o verbale non trova giustificazione dal mio punto di vista e soprattutto non la inglobo in un colore politico specifico o ideologia specifica. Dunque che comportamenti poco tolleranti possano sfociare in altro richiede la presenza di chi ha le competenze per poter gestire eventuali disordini è d’obbligo.

Detto ciò da qui a schierarsi impedendo un movimento di manifestazione mobile lo trovo vergognoso, ridicolo ed esagerato tanto è vero che non si è creato alcun disordine e non sono volati né pomodori  né si sono verificati episodi spiacevoli.

La città del Tricolle bloccata per l'arrivo di matteo Salvini

Paura del premier leghista dopo l’episodi a Torre del Greco

Mi sembra doveroso fare un’altra precisazione il diritto di manifestare non implica e non deve contenere in sé la voglia di tappare la bocca all’altro perché diventa un atteggiamento antidemocratico, qualora lo scendere in piazza porti con sé questo intento.

Manifestare significa palesare un dissenso, un diverso pensiero e non limitare la parola altrui. Nelle manifestazioni ci siamo sempre trovati di fronte e a chi era a favore di determinate ideologie e a chi era contro ma è normale e giusto che sia così.

La pseudodemocrazia di oggi sembra aver perso di vista il limite esistente per legge tra la propria libertà e quella altrui e la presunzione di avere ragione ha preso il posto del confronto critico che non include assenso e necessariamente condivisione.

Matteo Salvini rappresenta la pseudodemocrazia e ci mostra uno spaccato sociale di come siamo, a prescindere da questo singolo evento. Siamo disabituati al confronto, disabituati al ragionamento costruttivo, nichilisti socialmente e ideologicamente, troppo presi dal nostro mondo virtuale e quando ci scontriamo con la realtà reale diventiamo disadattati sociali.

Questo è quello che è accaduto oggi al leader leghista.

Troppo preso Matteo Salvini dalla sua propaganda social si ritrova ad avere difficoltà nel confrontarsi e relazionarsi con chi la pensa in modo diverso dal suo. Il leader leghista per poter fare il politico e non il politicante social dovrebbe confrontarsi anche e, soprattutto, con chi la pensa diversamente.

Accettare e mostrare ai suoi seguaci che non riceve solo consensi invece di bloccare forme di espressioni sociali che sono diritti inalienabili sarebbe un grande atto di normalità perché  le informazioni politiche e i dissensi occultati palesano poca professionalità e serietà.

Un politico che si rispetti dovrebbe tenere in maggior considerazione chi non è d’accordo col proprio pensiero perché potrebbe e rappresenta uno sprone per capire quali sono le reali necessità di un popolo e magari creare più consensi e non popolarità social come fanno le influencer.

Altro aspetto non meno importante è l’importanza del gesto del manifestare che deve essere tramandato di generazione in generazione come lo è stato per noi e come è stato fatto con noi.

La nuova generazione deve comprendere e avere la libertà e la possibilità di manifestare in strada e non scrivendo un commento o lasciando una emoticon sui social.

Impressioni da Covid-19

Sicuramente non dimenticheremo più questo periodo legato al quasi inizio del 2020. Le speranze in progress, per il nuovo anno, non hanno avuto neanche il tempo di prendere una forma nella nostra mente, che si sono trasformate in speranze di ritornare alla vita che abbiamo lasciato con disprezzo, sentimento con cui si saluta ogni anno che trascorre.

Abbiamo assaporato e scoperto il vero significato che ha la parola noia, siamo stati costretti a fermarci eppure, spesso, auspicavamo una stasi, per avere del tempo per noi. È accaduto ma non era come ce lo aspettavamo.

Probabilmente da questi mesi trascorsi come un unico giorno infinito abbiamo compreso il reale significato che ha la parola libertà, abusata e mai vissuta pienamente. E forse inizieremo a concepirla e a viverla nel modo in cui avremmo dovuto fare già prima.

Abbiamo scoperto che la libertà, un diritto che democraticamente abbiamo sempre assorbito come un diritto inalienabile, in fondo, così scontato non è. Siamo liberi ma questo privilegio ci può essere tolto, per cause di forza maggiore e trasformarci da esseri indipendenti a soldatini che non hanno più possibilità di scelta.

Questa parantesi non è una critica alle imposizioni cui abbiamo dovuto sottostare e a cui sottostiamo ma è uno spunto di riflessione che, forse, dovrebbe renderci più consapevoli di ciò che siamo e di ciò che rappresentiamo. Queste parole non sono spinte dalla speranza di poter diventare migliori ma dalla speranza di prendere coscienza e consapevolezza, per poter vivere ogni giorno apprezzando tutto ciò che prima davamo per scontato.

Abbiamo vissuto con la paura del contagio e questa paura non è terminata e non diminuirà con la fase 2. Abbiamo vissuto con l’angoscia di poter contrarre il virus, questo essere invisibile che si insinua silenziosamente con il suo tempo di incubazione e che, nella peggiore delle ipotesi, ci avrebbe potuto portare e potrebbe portarci alla morte o a quella dei nostri cari. Nella migliore delle ipotesi, controllando uscite, gesti e utilizzando tutte le precauzioni possiamo evitarlo, ritendendoci dei graziati in virtù di fattori che, tutt’oggi, sono diversi, ipotizzabili e variabili.

Abbiamo scoperto l’introspezione e l’obbligo di fare i conti con ciò che siamo realmente, confrontandoci direttamente con noi stessi. Per quante siano state le distrazioni offerte dal web, dalle video call con gli amici e dai mille palliativi e strategie che abbiamo adottato per far trascorrere più velocemente il tempo, queste ore non passavano mai e ci riportavano sempre a doverci guardare dentro o a pensare a quello che siamo stati, che siamo e che vorremmo diventare in futuro.

Ci siamo abituati allo scorrere del tempo lento e monotono, rassegnandoci.

Abbiamo scoperto la paura e la diffidenza fisica mentre prima era solo morale, metafisica e universalmente valida, ma mai palese, per ciascun individuo.

Il Covid-19 ci ha reso migliori? Non credo. Sono convinta che il virus ci ha resi più umani nel senso di fragili, precari, instabili e più egoisti. Potremmo diventare migliori? Forse per chi è predisposto alla trascendenza sì, ma credo che rappresenti una piccola parte.

Probabilmente questo virus ci ha temprati attraverso la costrizione, l’obbligo e la stasi ma la forza mentale da sola non basta per essere migliori. Probabilmente ci riscopriremo più umani con le persone che già prima di questa pandemia avevano un alto valore affettivo per noi, predisposizione che, sicuramente, non riserveremo ad altri sconosciuti anche perché per ora non è pensabile stringere tutti i propri cari, figuriamoci chi ancora non conosciamo.

Il Covid-19 ci ha insegnato il senso profondo che ha un vero abbraccio e un sorriso che, per ora, sarà nascosto da una mascherina che rappresenterà la nostra umanità vista solo a metà perché la totalità non si vede e non sappiamo quando la si potrà vedere.

Mi auguro vivamente che tutti impariamo a vivere più di sostanza che di apparenza.

Un anno de Il Plurale

È trascorso un anno dalla nascita de Il Plurale…

12 mesi che possono considerarsi relativamente pochi ma che sono stati ricchi di eventi, cambiamenti, scontri, uscite, entrate e molto altro.

Ciascuna situazione verificatasi in positivo o in negativo ci ha portati ad essere ciò che siamo ora e ad arricchirci, per poterci migliorare domani. Questo editoriale non vuole essere un’autocelebrazione o tantomeno un decalogo dei propositi per questo nuovo anno ma vuole essere semplicemente un bilancio di ciò che siamo oggi e di ciò che abbiamo scoperto in Irpinia, entrando in contatto con diverse realtà.

Il Plurale quando è nato voleva essere una web tv irpina con un focus incentrato prevalentemente sulla politica. Lavorando e visitando vari luoghi ci siamo resi conto che non è questo il cuore pulsante delle nostre zone, anzi in alcuni casi è la parte più incancrenita che, spesso, copre ciò che dona luce o ha il potenziale della luminosità nella nostra realtà rurale. Un esempio potrebbe essere rappresentato da quello che è successo in un paese irpino, in cui un evento culturale si è trasformato in un modo basso per prendere, probabilmente, dei fondi che non sono stati utilizzati per ciò per cui erano stati elargiti.

Ho partecipato ad eventi culturali in cui si confondeva il termine femminicidio scambiandolo con quello di femminismo e dove l’essenza ed il significato delle parole utilizzate prendeva la strada della perdita cosmica del significante. Ho partecipato ad alcuni eventi enologici creati per valorizzare un nostro punto di forza economica, in cui non erano presenti esperti del settore, come in altri casi in cui c’era spessore e competenza riguardo questa tematica.

Insomma, durante questo breve anno, ho visto un’ampia carrellata di umanità sconnessa e connessa, è dipeso dai casi.

Ho scoperto un’ Irpinia composta da persone che si discostano dal classico disfattismo irpino, sono poche ma ci sono; sono persone che amano la propria terra e cercano di renderla migliore, creando situazioni culturali ed eventi aggregativi che però ancora non trovano il giusto merito all’interno della nostra comunità perché è più facile lamentarsi e dire che non abbiamo nulla invece di cercare e di scoprire che ci sono iniziative, poco più lontane dal nostro naso, che ricordano quelle delle grandi città.

Durante quest’anno ho sentito parlare molti politici, candidati alle Amministrative, che sfoderavano come uno stendardo la mancanza di cultura in Irpinia e la voglia di diffonderla, dando spazio ai giovani.

Cosa ho visto?

Ho visto persone che hanno organizzato eventi culturali, mi riferisco in modo particolare alla 44esima edizione del Laceno D’oro, una rassegna cinematografica su corti e lungometraggi indipendenti del panorama nazionale ed internazionale, organizzata da persone giovani e meno giovani, che hanno voglia non solo di condividere la loro passione per il cinema ma anche di trasferirla agli altri. Durante questa settimana di full immersion, di quei politici che tanto parlavano sul palco della diffusione della cultura nelle nostre zone, non ho visto nemmeno un’apparizione fugace o un invito alla cittadinanza a partecipare all’evento, per giunta gratuito.

Ho visto la non partecipazione di figure politiche, mi riferisco al semplice sostegno che si può dare attraverso la partecipazione, ad eventi come quello ad Atripalda dell’Abellinum Pride, che, a differenza di come credono in molti, non è una carnevalata della stranezza ma un voler vedere riconosciuti i diritti umani. Questo invito a pensare lo si crea attraverso una festa che inneggia all’unione, a prescindere dal proprio orientamento sessuale o politico.

Ho scoperto che in Irpinia il termine di aggregazione viene abusato nei discorsi e contemporaneamente ne viene privato del suo significato nella pratica.

Ho scoperto però che esiste un’Irpinia che resiste davanti a questo nichilismo, mascherato da finta propositività; ho scoperto spazi creati da persone che davvero hanno voglia di fare rete. Un esempio potrebbe essere l’ambiente del poetry slam irpino o ancora le Guide Percettive di Vittorio Zollo e Toi Giordani, due poeti: uno irpino e l’altro bolognese che fanno ben sperare nella non morte culturale delle nostre zone e palesano la forza e la speranza nel cambiamento.

Ho scoperto la voglia di educare i più piccoli con un approccio moderno, diverso da quello della ludoteca o dei giochi gonfiabili presenti nelle feste di paese, partecipando ad un laboratorio per bambini su Andy Warhol organizzato da Zigarte. Potrei continuare a fare esempi ma sarebbe troppo dispersivo.

Cosa c’entra Il Plurale con tutta questa carrellata di esempi?

Ciò che ho mostrato fino ad ora dovrebbe servire come manifesto delle nostre intenzioni, per spiegare perché ci interessiamo ad un evento minore rispetto ad un altro più popolare e del perché potreste, spesso, imbattervi in argomentazioni come quella del poliamore invece del video virale del “soggetto di paese di turno” o del perché scriviamo la recensione di Se c’è un aldilà sono fottuto piuttosto che dell’ultimo film di Zalone.

Il nostro intento è quello di portare alla luce ciò che potrebbe brillare per contenuti e capacità ma che non ha la forza sufficiente per farlo. Il Plurale vorrebbe essere un luogo in cui non si scrive di banalità o argomentazioni scontate, poi sicuramente ne avremmo anche scritto e continueremo a farlo perché ciascuno ha il proprio metro per reputare ciò che è interessante e ciò che lo è meno, sono semplicemente punti vista.

Il Plurale vuole essere un luogo virtuale, composto da persone reali che amano il confronto e la scoperta di novità, in cui tutti quelli che credono in un progetto e che arrivano a concretizzarlo possono avere uno spazio per poterne parlare e per diffonderlo al resto della comunità.

Il nostro intento è quello di creare uno spazio in cui è possibile fare rete, in cui è possibile aggregarsi e in cui è possibile lasciarsi stupire.

Tatarella, Caldoro e il centrodestra in Campania

Il centrodestra in Campania è alla ricerca di una guida che, in tempi non certo facili, dovrebbe provare a tenere unite le varie anime della coalizione per condurle fuori dalla minorità. Al centrodestra campano, insomma, serve un uomo, un politico, che si rifaccia all’insegnamento di Pinuccio Tatarella: il politico che negli anni ’90 riuscì a unire il 65% degli elettori italiani dichiaratamente non di sinistra, l’uomo che in Campania spianò la strada a Stefano Caldoro, cucendogli addosso la coalizione di centrodestra.

Molto presente a Napoli negli anni di “Mani pulite” e animatore instancabile del “Roma”, che rilevò da Achille Lauro per associarlo all’attività politica di Alleanza Nazionale, Tatarella pensava di andarsi a riprendere i voti in libera uscita del mondo socialista e per questo chiamò il giovane Stefano Caldoro.

Come ci riportano le cronache del Tempo, fu proprio nella sede napoletana del quotidiano, in via Chiatamone 7, che Tatarella e Caldoro si incontrarono per la prima volta:

Faceva già caldo quella mattina alle sette. Stefano Caldoro arrivò un po’ furtivamente in via Chiatamone 7, a Napoli e citofonò all’appartamento dove riservatamente si stava mettendo su, nell’agosto del 1996, la redazione del Roma.

«Chi è?», gli chiese una voce. «Sono Stefano Caldoro, ho un appuntamento con Italo Bocchino».

Il portone si aprì e arrivando all’ingresso di quella casa, l’ex deputato socialista non fece in tempo nemmeno a suonare al campanello che gli si spalancò la porta.

Gli apparve Pinuccio Tatarella che gli disse: «Prego, s’accomodi. L’onorevole Bocchino sta ancora dormendo. Io sono l’uomo delle pulizie».

Fu quello il primo passo. Il centrodestra era uscito sconfitto dalle urne e l’era dell’Ulivo e di Romano Prodi erano al massimo dello splendore. Tatarella si mise in testa di rifare la coalizione. Lanciò il partito unico e pensò di fare al contrario l’operazione che aveva provato Bettino Craxi: il primo sdoganamento della destra con il socialismo tricolore.

Partendo da un partito minoritario e anti-sistema come il Movimento Sociale Italiano (Msi), Tatarella inventò il Polo di Centrodestra e lo rese maggioritario in Italia. E poi, subito dopo, andando oltre il Polo, riuscì a recuperare tutti quei moderati che erano al confine tra centrodestra e centrosinistra per costruire la Casa degli Italiani, il Popolo delle Libertà.

Nel 1999, Pinuccio Tatarella lanciò la candidatura del giovane Stefano Caldoro alla presidenza della Provincia di Napoli ponendo le basi per la successiva e vittoriosa cavalcata del centrodestra in Campania alle Regionali del 2010. Il resto è storia contemporanea.

Franza, il sindaco ombra e l’appello della segretaria

“Segretaria, faccia l’appello”. Con la minaccia di far cadere l’Amministrazione comunale, un disperato Domenico Gambacorta solo qualche settimana fa tentava di convincere il sindaco Enrico Franza a concedergli una pausa dei lavori per l’elezione a presidente di Pasquale Puorro.

Dopo il due di picche di Franza alle richieste dell’ex sindaco, la fuga dei gambacortiani dal primo Consiglio comunale e l’elezione nella successiva seduta di Giovannantonio Puopolo, di Gambacorta si erano perse le tracce. Un silenzio preoccupante vista l’abilità di un politico dal lungo corso non abituato a restare nell’angolo a lungo.

E, infatti, mentre si negava alla stampa, Domenico Gambacorta lavorava sottotraccia. Ed eccolo che oggi riacquista la parola con una nota in cui ringrazia la Conferenza dei Capigruppo e il Presidente del Consiglio, Giovanni Puopolo, per aver accolto la sua proposta di discutere, nella seduta del Consiglio Comunale del 31 luglio, del progetto definitivo del secondo lotto Hirpinia Orsara.

Con tali dichiarazioni, il capogruppo di minoranza legittima di fatto il neosindaco e il presidente del Consiglio e fa partire ufficialmente i lavori consiliari su “una posizione condivisa e accolta da tutti”.

Cos’è successo in questi giorni?

Caduta l’ipotesi, in un primo momento accarezzata, di far cadere il Consiglio comunale, forte di una residua maggioranza consiliare, Gambacorta ha rispolverato la memoria e ricordato i tempi in cui giovanissimo entrava per la prima volta in Consiglio comunale. Un ritorno alle origini, a quando i sindaci non uscivano dalle urne ma venivano indicati dai consiglieri eletti.

Gambacorta, quindi, riconquista la scena e detta l’agenda amministrativa al sindaco Franza, riguadagnando così il ruolo di capogruppo consiliare “di maggioranza”.

A rinforzare la sua posizione di “sindaco ombra” è la conferma da parte del neosindaco Franza della segretaria comunale Concettina Romano, nominata nel 2016 dallo stesso Gambacorta.

E qui rientra in gioco la riforma Bassanini che ha il merito o demerito, dipende dai punti di vista, di aver reso gli incarichi dirigenziali, in questo caso quello del segretario comunale, revocabili a discrezione del sindaco, indebolendo quindi l’imparzialità procedurale della burocrazia negli enti locali e favorendone la fidelizzazione politica.

Ora resta solo da capire come la segretaria Romano, nominata a svolgere il proprio ruolo sia dal capo della maggioranza che da quello della minoranza, riuscirà a garantirsi la posizione, non pestando i piedi a nessuno dei due sindaci e contribuendo a far andare avanti nel migliore dei modi la consiliatura nata zoppa.

Gino Cusano è la memoria storica di Ariano

“Gino Cusano, la Lega, non ha mai, e voglio sottolineare la parola mai, pensato di allearsi con il Partito Democratico. Però Gino Cusano, che è il rappresentante della Lega, nella tornata del ballottaggio ha deciso di utilizzare un percorso”.

Parte così l’appassionato intervento di Gino Cusano in Consiglio comunale per replicare agli attacchi di Giovanni La Vita, espressione del Pd, che puntava a fare emergere le contraddizioni interne alla Giunta del sindaco Franza, avallata anche dal Carroccio.

Gino Cusano conosce molto bene la storia di Ariano e ricorda a tutti che solo qualche anno fa i dirigenti di Forza Italia (il suo sguardo è rivolto a Domenico Gambarcorta, vice segretario regionale di Forza Italia) proposero la candidatura a sindaco di Gaetano Bevere (all’epoca segretario del Pd sul Tricolle).

L’intervento di Cusano mette in imbarazzo più di un consigliere del Pd e di Forza Italia, espressioni di un patto del Nazareno che qui in Irpinia è ancora d’attualità.

“È la prima volta – continua Cusano- ed io faccio politica da oltre venti anni, che sento parlare di affetto per le questioni ideologiche in Consiglio comunale”.

Ed ha ragione Gino perché i consiglieri comunali li eleggono i cittadini, non i dirigenti di partito. Il voto nei Comuni, anche in quelli medio-grandi come Ariano, è un voto dato alla persona non al partito. Le elezioni amministrative o, meglio, civiche, non possono essere paragonate a quelle nazionali o regionali. Le amministrative premiano non il partito ma le singole persone candidate in questa o quella lista; non il programma e l’ideale alto di questa o quella coalizione, ma il radicamento e la popolarità del singolo candidato.

E Gino ad Ariano Irpino è popolare ed amato. Ed è giusta, quindi, partendo da queste dovute premesse, anche l’autonomia rivendicata da Cusano nella sua azione amministrativa.

“Io -conclude il buon Gino- sono di centrodestra. Ho preso l’impegno di formare questo governo e lo porto fino in fondo. Io ho preso un impegno anche con la Lega e lo rispetto, ma prima della Lega viene il popolo, viene Ariano”.

Bravo Gino, bene Ariano. Tutto il resto sta tra il castello in aria e l’agitazione per l’agitazione, destinata se mai ad accrescere, a breve e lunga scadenza, le frustrazioni degli sconfitti.

Gino rifletti,
la Lega non è Forza Italia

Primo passo falso di Gino Cusano, unico consigliere comunale della Lega ad Ariano Irpino, che si accoda agli 11 di Domenico Gambacorta a dispetto della volontà dei suoi elettori e lascia il Consiglio comunale prima della terza votazione valida per l’elezione del presidente dell’assise.

Paradossale la scelta di un capo-bastone del vecchio sistema irpino, un uomo di “gestione”, da parte di una forza giovane e di rottura come la Lega.

Una scelta tuttavia rivelatasi giusta e vincente fino a ieri in quanto il 9% conquistato dal Carroccio sul Tricolle è risultato determinante per far saltare gli schemi e le gerarchie consiliari.

La sconfitta del sindaco uscente Domenico Gambacorta e del sistema di potere cristallizzato che rappresentava porta anche la firma di Gino Cusano, lo storico luogotenente di Cosimo Sibilia, da sempre alfiere anti-gambacortiano nell’arianese.

Candidarsi a presidente del Consiglio comunale o restare a guardare.

Ecco la scelta che il dato elettorale avrebbe suggerito a Cusano: nè con Franza nè con Gambacorta. E stop ad accordi al di fuori del luogo deputato al confronto: il Consiglio comunale.

Qualcuno dica a Cusano che la Lega non è Forza Italia e che ci sono ragazzi, gli stessi che ritroverà nel fine settimana a Montella, alla festa dei Giovani della Lega, che sono determinati a far saltare il sistema baronale arianese, non a fornirgli una terza gamba.

Avellino città del sorriso

Sarà l’effetto della primavera o la favella senza freni degli avellinesi, di certo Avellino è la città del sorriso in questo giorno che precede le elezioni.

Su Avellino splende il sole, un sole che ride. Dai dati raccolti dall’Osservatorio socio-economico è possibile già stilare la top 10 delle località più sorridenti della città, ovvero luoghi dove accoglienza, cortesia e disponibilità sono di casa, a partire da piazza Libertà.

A rispondere alla ricerca un campione di età compresa tra i 18 e i 64 anni, prevalentemente composto da donne (62%), con titolo di studio universitario (55%), libero professionista (58%).

L’ottimismo, la simpatia e la passione per il basket sono i valori indicati come prioritari da tutti gli intervistati.

Nello specifico, è proprio il sorriso il valore aggiunto dei rapporti umani che i candidati costruiscono con gli elettori, seguito dalla disponibilità ad offrire informazioni sulle attività proposte per la città. Il 32% del campione si è detto pienamente soddisfatto su questo punto.

Tra gli strumenti scelti per indirizzare la preferenza al primo posto si attesta il passa parola, ovvero i giudizi di amici e conoscenti sul candidato.

Infine una nota di costume, per due intervistati su tre il candidato individuato e scelto sulla base di foto e informazioni pubblicizzate, si è rivelato all’altezza delle aspettative iniziali.

Il sogno di un paese più giusto, più solidale e più tollerante; il sogno di un paese più riformista e innovatore, non è forse il sogno di una vita più bella e sorridente?

Ed ecco che Avellino ritrova il sorriso nella concordia pacifica e operosa dei cittadini che si preparano a fare festa nelle urne.

Il potere dei partiti e la capacità d’interdizione

Un partito per essere tale e far valere la propria autorità deve avere capacità d’interdizione. Un partito che rinuncia a tale potere, rinuncia alla propria ragion d’essere che è quella di decidere, offrire una soluzione vera ai problemi della società. Nel caso in cui questi problemi siano rappresentati da persone si parla di veto.

In assenza dell’autorità e della capacità decisionale, la parte organizzata e strutturata della società civile si sostituisce ai partiti e diventa l’unica in grado di essere influente e l’unica dotata di potere d’interdizione.

Un partito che voglia radicarsi territorialmente e mettere bandierine sul territorio non può, quindi, rinunciare al proprio ruolo decisionale e d’interdizione.

L’interdizione fa parte della cosiddette buone pratiche politiche perché testimonia la forza di una parte contro le altre controforze organizzate. Per questo i partiti vengono anche definiti comunità politiche, perché l’individuo diventa pluralità e le battaglie del singolo vengono abbracciate dal gruppo e ognuno fa qualcosa per l’altro.

Se, invece, anche nei partiti si perde lo spirito corporativo e nessuno non fa niente per gli altri membri, nessuno si dovrà poi aspettare che gli altri facciano qualcosa per lui. E questo segna la morte della politica e dei partiti, intesi come comunitá di uomini che agiscono per il bene collettivo.

Quindi, concludendo, se è vero che il mandato elettorale è personale e non imperativo, è incontrastato che nel rapporto tra elettori ed eletti vi è un solenne avallo dei partiti che qualcosa deve pur contare.

Se il centrodestra smettesse di farsi male

Se Sabino Morano e Cosimo Sibilia invece di pugnalarsi davanti e dietro il palcoscenico della politica prestassero attenzione agli umori degli elettori e simpatizzanti con il distacco degli osservatori, giungerebbero alla stessa conclusione: il centrodestra è tutt’altro che morto, anzi la sua base elettorale tiene, ma per vincere e tornare ai fasti di un tempo ha bisogno di essere unito e compatto. Qualsiasi altro atteggiamento, qualsiasi ipotesi strategica alternativa, lo vede sul viale del tramonto.

Il centrodestra non vive senza la Lega e senza Fratelli d’Italia. Il centrodestra non vince senza Forza Italia. C’è un do ut des vitale tra le due anime, un legame per cui l’una non può fare a meno dell’altra, pena l’emarginazione: l’anima più radicale dà all’anima moderata la patente di un’opposizione vera al Pd in crisi e alle numerose liste civiche di centrosinistra; Cosimo Sibilia e Forza Italia offrono ai loro alleati il passaporto per presentarsi di fronte all’elettorato moderato come un’alternativa di governo affidabile.

Per alcuni versi le differenze, invece di essere un limite, un handicap, in un quadro unitario si possono trasformare in risorse, in qualità. In un paese diviso tra forze di sistema e anti-sistema (e non va dimenticato che le seconde sono prevalenti), un centrodestra unito e organizzato sulle due anime potrebbe dialogare con entrambi i campi, potrebbe addirittura assumere nello scenario tripolare della politica cittadina una singolare centralità.

È un concetto, questo, che Morano ha recepito con le sue prediche sull’unità e con l’immagine e il ruolo che ha scelto per sè: «Io -non si stanca di ripetere- posso essere il federatore del nuovo polo di centrodestra. Siamo una grande forza politica che deve fare i conti col consenso».

Un presupposto, questo, che è stato già risolto alle scorse elezioni di Primavera.

 

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