Editoriale

Il potere dei partiti e la capacità d’interdizione

Un partito per essere tale e far valere la propria autorità deve avere capacità d’interdizione. Un partito che rinuncia a tale potere, rinuncia alla propria ragion d’essere che è quella di decidere, offrire una soluzione vera ai problemi della società. Nel caso in cui questi problemi siano rappresentati da persone si parla di veto.

In assenza dell’autorità e della capacità decisionale, la parte organizzata e strutturata della società civile si sostituisce ai partiti e diventa l’unica in grado di essere influente e l’unica dotata di potere d’interdizione.

Un partito che voglia radicarsi territorialmente e mettere bandierine sul territorio non può, quindi, rinunciare al proprio ruolo decisionale e d’interdizione.

L’interdizione fa parte della cosiddette buone pratiche politiche perché testimonia la forza di una parte contro le altre controforze organizzate. Per questo i partiti vengono anche definiti comunità politiche, perché l’individuo diventa pluralità e le battaglie del singolo vengono abbracciate dal gruppo e ognuno fa qualcosa per l’altro.

Se, invece, anche nei partiti si perde lo spirito corporativo e nessuno non fa niente per gli altri membri, nessuno si dovrà poi aspettare che gli altri facciano qualcosa per lui. E questo segna la morte della politica e dei partiti, intesi come comunitá di uomini che agiscono per il bene collettivo.

Quindi, concludendo, se è vero che il mandato elettorale è personale e non imperativo, è incontrastato che nel rapporto tra elettori ed eletti vi è un solenne avallo dei partiti che qualcosa deve pur contare.

Se il centrodestra smettesse di farsi male

Se Sabino Morano e Cosimo Sibilia invece di pugnalarsi davanti e dietro il palcoscenico della politica prestassero attenzione agli umori degli elettori e simpatizzanti con il distacco degli osservatori, giungerebbero alla stessa conclusione: il centrodestra è tutt’altro che morto, anzi la sua base elettorale tiene, ma per vincere e tornare ai fasti di un tempo ha bisogno di essere unito e compatto. Qualsiasi altro atteggiamento, qualsiasi ipotesi strategica alternativa, lo vede sul viale del tramonto.

Il centrodestra non vive senza la Lega e senza Fratelli d’Italia. Il centrodestra non vince senza Forza Italia. C’è un do ut des vitale tra le due anime, un legame per cui l’una non può fare a meno dell’altra, pena l’emarginazione: l’anima più radicale dà all’anima moderata la patente di un’opposizione vera al Pd in crisi e alle numerose liste civiche di centrosinistra; Cosimo Sibilia e Forza Italia offrono ai loro alleati il passaporto per presentarsi di fronte all’elettorato moderato come un’alternativa di governo affidabile.

Per alcuni versi le differenze, invece di essere un limite, un handicap, in un quadro unitario si possono trasformare in risorse, in qualità. In un paese diviso tra forze di sistema e anti-sistema (e non va dimenticato che le seconde sono prevalenti), un centrodestra unito e organizzato sulle due anime potrebbe dialogare con entrambi i campi, potrebbe addirittura assumere nello scenario tripolare della politica cittadina una singolare centralità.

È un concetto, questo, che Morano ha recepito con le sue prediche sull’unità e con l’immagine e il ruolo che ha scelto per sè: «Io -non si stanca di ripetere- posso essere il federatore del nuovo polo di centrodestra. Siamo una grande forza politica che deve fare i conti col consenso».

Un presupposto, questo, che è stato già risolto alle scorse elezioni di Primavera.

 

Il peso dello scatolone

Le amministrative ad Avellino e in altri 50 comuni della provincia sono sempre più vicine e già partono le grandi manovre all’interno delle comunità irpine.

Tralasciando le elezioni con doppio turno che interesseranno Avellino, Ariano Irpino e Montoro e che di sicuro vedranno la presenza dei partiti, negli altri comuni della provincia di Avellino lo scenario che si prospetta è quello del civismo.

È così, c’è poco da discutere.

Il voto nei Comuni è un voto dato alla persona, non al partito. Le elezioni amministrative o, meglio, civiche, non possono essere paragonate a quelle nazionali o regionali. Le amministrative premiano non il partito ma le singole persone candidate in questa o quella lista; non il programma e l’ideale alto di questo o quel candidato sindaco, ma il radicamento e la popolarità del singolo candidato consigliere.

Sulle liste delle politiche nazionali non compare il nome del familiare, del vicino di casa, dell’amico o del collega, ma un simbolo. Al governo nazionale si chiede trasparenza. Al governo regionale si chiede professionalità. All’amministratore comunale si chiede la risoluzione dei problemi.

In questo contesto caratterizzato da rapporti personali e amicali costanti è nato un tipo di candidato per il quale un elettore non è più una persona, ma un voto. Una lista non è più la sintesi delle idee e proposte dei singoli membri della squadra sui vari settori che regolano la vita della comunità, ma la somma di un calcolo demografico unito a un’accurata indagine di mercato sui gusti e le preferenze politiche del bacino elettorale di riferimento.

A questo si aggiunge che la struttura comunitaria irpina è refrattaria ai cambiamenti e legata da una stretta rete di tradizioni, anche politiche, a cui tutti si conformano acriticamente. Il sentimento di indignazione viene sostituito dalla tolleranza. Le incompetenze tecniche e linguistiche sono compensate dal consenso conquistato col baratto e la disponibilità all’ascolto e alla collaborazione.

Nelle piccole comunità si costruisce un rapporto amicale tra amministratori e amministrati che crea un’illusione di ampia partecipazione al processo decisionale ma che in realtà ostacola quello democratico, portando il comune cittadino ad allontanarsi dai temi politici ed elettorali resi sempre più complessi e contorti dai professionisti del settore al fine di creare apatia politica.

Nevica e ho le prove

Al mio paese l’inverno dura migliaia di giornate.

Ho quarantanove anni e ne ho passati almeno 45 nell’inverno. Quasi mezzo secolo in poche centinaia di metri, esposto come un lenzuolo abbandonato allo stesso vento, alla stessa neve. Quella che viene ogni tanto, sempre da un lato, sempre da oriente, una neve che non cade mai calma, mai lenta, la neve che non si posa sui tetti ma s’incolla alle finestre.

Sono rimasto per credere alle nuvole, alla luce, al grano che sale.

Ho provato e comincio a trovare scampo e sollievo nei dintorni, ma per lungo tempo ho visto anime inerti, cuori senza punta, pronti a rotolare in ogni direzione. Paesi senza popolo, dove i muti in genere sono i più generosi.

Questo mio paese ha nelle vene il sangue di mulo, ma nessuno sa mettergli ai piedi il ferro che serve a camminare. E allora si sta fermi dentro un dolore cattivo, dentro una gioia piccola e sottile come gli asparagi di bosco.

Franco Arminio, paesologo

Dl Salvini, il bello del confronto

Applicare o non applicare il dl Salvini? Il provvedimento del Governo, ancora una volta, dimostra un’Irpinia eterogenea, capace di superare il singolo punto di vista, in grado di andare oltre visioni personalistiche o di colore.

Chiunque si aspetta una presa di posizione da parte del Plurale. La verità è che la nostra posizione è l’apprezzamento per un confronto ricco di contenuti, che prenda il meglio da ogni ipotesi e che sia capace di stimolare un ragionamento serio su una questione importante come quella dei migranti.  Non vogliamo preferire tesi di alcuno, ma siamo entusiasti per la riscoperta di alcune tradizioni, di destra o di sinistra che siano, che inducono a un dibattito. Da una parte, infatti, c’è chi propone un modello discutibile, ma non del tutto sbagliato, come quello degli Sprar, dall’altra chi vuole un qualcosa di diverso perché ritiene l’emergenza finita. Entrambe soluzioni condivisibili, ma allo stesso tempo rivedibili.

La vera forza, quindi, è salvaguardare quel confronto sano, la capacità di ritrovarsi e, perché no, anche di discutere su posizioni divergenti. Questa è la mission del Plurale! L’editoriale di Sabino Morano, coordinatore provinciale della Lega, è una riflessione sensata e ricca di contenuti pari a quella del coordinatore provinciale di Sinistra Italiana Roberto Montefusco.

Siamo la testata della diversità, non di chi intende imporre il proprio credo. E’ questa la provincia che vogliamo: una realtà capace di andare oltre i vecchi steccati o meglio ancora di staccare definitivamente la spina a un sistema e mettere insieme le migliori energie. Ognuno di noi ha un suo giusto credo politico. La nostra, però, è la piattaforma di tutti e vogliamo che resti tale. Tale scelta ci caratterizzerà sempre.

La disobbedienza civile

Ad iniziare l’anno in bellezza, in un Paese nel quale nessuno si preoccupa più di svolgere le proprie funzioni, ma tutti si sentono in dovere di esprimere giudizi su vicende che escono dalle proprie competenze, ci hanno pensato in maniera egregia Leoluca Orlando e la variopinta armata di Sindaci che, a lui accodatisi, hanno annunciato l’intenzione di non applicare la parte del D.L. Sicurezza relativa ai migranti.
A condannare con sicura severità democratica, invece, le perplessità di quanti avevano immediatamente giudicato almeno come anomala l’annunciata decisione da parte dei già ribattezzati sindaci ribelli, di non applicare una legge dello Stato, ci ha pensato solerte l’intero mondo dell’informazione omologata, col conforto dell’onnipresente Associazione Nazionale Partigiani e di altre rappresentativissime quanto necessarie sigle associative, che, con fiero richiamo al principio della disobbedienza civile, tosto ha consacrato, nelle scorse 48 ore, i vari Orlando, De Magistris e compagnia cantante, quali italici Ghandi e Luther King.
Per quanto suggestivo tale richiamo possa apparire, vorremmo però sommessamente far notare a questi signori Sindaci ed a quanti hanno corso a celebrarne le gesta, che l’uscita di Leoluca & C. sta al concetto di disobbedienza civile, come i proverbiali cavoli a merenda.
L’espressione disobbedienza civile (Civil disobedience) proviene dal titolo del famoso saggio del 1849 dell’americano Henry David Thoreau, nel quale l’autore descrive la sua scelta di rifiutare di pagare le tasse, ed il suo conseguente arresto, come forma di protesta contro lo schiavismo praticato negli stati del Sud e la guerra di conquista in Messico, tenuta ai tempi dal governo del suo Paese.
Nel suo scritto Thoreau teorizza che è ammissibile non rispettare le leggi quando queste vadano in direzione contraria alla coscienza ed ai diritti dell’uomo, gettando così le basi di quei principi di resistenza non violenta destinati a caratterizzare tante tra le più importanti lotte politiche del secolo scorso.
Da allora in poi, non a caso, il termine disobbedienza civile viene utilizzato per indicare tutte le azioni che prevedono la consapevole e plateale violazione di una data norma di legge, considerata particolarmente iniqua, da parte di un singolo, o più spesso, da parte di un gruppo di persone, finalizzata a rendere immediatamente visibili ed operative le sanzioni previste dalla legge per i trasgressori della stessa.
Un tipico esempio di questa forma di lotta politica era rappresentata, ad esempio, nel secolo scorso da tutti gli antimilitaristi che si facevano arrestare come renitenti alla leva, non presentandosi alla chiamata militare.
Il concetto quindi può riassumersi nella scelta da parte di un individuo, di essere sanzionato personalmente, trasgredendo una norma, per una finalità dimostrativa.
Si tratta dunque di un singolo che sceglie di compiere un’azione individuale (anche se contemporaneamente ad un gruppo di altre persone) e di pagarne in maniera pubblica le conseguenze.
Quando un sindaco, che è, per definizione, l’organo monocratico a capo del governo di un comune, ordina ad i propri uffici di non applicare una legge dello Stato, non sta compiendo un atto di disobbedienza civile: al contrario si sta avvalendo del principio di autorità derivante dalla propria carica nei confronti dei propri sottoposti per mettere in discussione un altro principio di autorità a lui superiore.
Nel caso specifico non c’è un cittadino che disobbedisce alla norma per protestare, ma c’è un’istituzione che si oppone ad un’altra gerarchicamente superiore mettendo in discussione l’ordinamento.
Più che ai principi di democrazia richiamati in questi giorni, riteniamo quindi che l’uscita di Orlando possa iscriversi più tranquillamente alla lunga tradizione di insofferenza nei confronti dell’ordinamento democratico, che, atavicamente caratterizza la sinistra di questo Paese, in omaggio all’antico adagio secondo il quale la democrazia ed il suo ordinamento sono sacri solo quando a governare siamo noi.
Sabino Morano

La scommessa del Plurale

L’interesse dei provinciali per la cronaca locale

La cronaca locale è al centro del nostro obiettivo perché la provincia e i piccoli paesi che la popolano sono un serbatoio inesauribile di storie. Di quali notizie si compone il Plurale? Il taglio giornalistico che diamo al contenitore è tracciato dal suo campo d’indagine. A noi interessa approfondire le notizie squisitamente locali.

Tipo a Camposanpietro, un paese in provincia di Padova, c’era un gallo che cantava troppo presto. I vicini del proprietario del gallo si erano rivolti agli amministratori per trovare una soluzione. Si sa come funzionano le cose nei comuni: è tutto un inciucio e alla fine la soluzione si trova.

Gli amministratori di Camposampietro, investiti dalle proteste dei cittadini a cui il gallo toglieva il sonno, non erano riusciti a trovare nel regolamento comunale una norma che contemplasse il caso e avevano provato a mediare tra le parti, immaginando anche di dare al gallo una nuova collocazione.

Dopo altri lunghi e farraginosi studi e mediazioni, si era giunti finalmente alla conclusione che la strada dello spostamento del gallo risultava impraticabile per l’indisponibilità del proprietario a cedere l’animale. Visto che lo studio degli amministratori non produceva risultati, i cittadini che protestavano si erano rivolti agli avvocati ed era partita la denuncia.

Una norma che contemplava il caso era stata trovata nel Regolamento di Polizia Urbana del Comune di Camposanpietro che sancisce «il divieto di detenere animali che disturbino la pubblica o privata quiete». Ecco allora che il proprietario del gallo si era visto recapitare a casa una multa da 52 euro. Per non pagarla aveva presentato ricorso non prima, però, di essersi materialmente sbarazzato della materia del contendere, tirando il collo al gallo.

Ecco la magia dello show business e la scommessa del Plurale.

Un caso destinato a occupare al massimo un trafiletto nel piede delle pagine interne di un quotidiano locale, portata su un media audiovisivo e approfondita dovrebbe riuscire a suscitare l’interesse del pubblico.

Se il progetto dovesse sfondare, anche la rassegna stampa provinciale dovrebbe risentirne. L’ampio spazio dato agli speciali e servizi legati alle grandi infrastrutture e alle occasioni di crescita e sviluppo economico delle zone interne, dovrebbe lasciare il posto a gustosi aneddoti sulla vita di villaggi sospesi in un tempo indistinto.

Erminio Merola

Comunità, Singolo e Contesto

L’art. 3 della Costituzione chiarisce il concetto di comunità intesa come luogo di sviluppo, crescita e compensazione sociale:
«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
La comunità va analizzata, quindi, attraverso i suoi quattro fattori identitari: culturale, economico, sociale e territoriale. Il fattore culturale è un sentimento morale innato e ben radicato all’interno. Il fattore economico, invece, risente della crisi e dell’impotenza dello Stato di fronte ai grandi processi finanziari, creando un processo a catena. La crisi del fattore economico, infatti, si ripercuote sul sociale, provocando una crisi di rappresentanza politica. Unico argine alla crisi di rappresentanza è dato dalla domanda di diversità legata ai luoghi: fattore territoriale. La comunità territoriale è legata all’identificazione nel luogo. Ognuno, pur nella propria diversità di interessi, è legato a uno stesso contesto. Ogni comunità, in sintesi, per essere tale deve avere un’ispirazione territoriale, un bisogno di materializzarsi. Per risolvere la crisi della comunità intesa come luogo occorrono due approcci: uno economico e l’altro compensativo rivolto alle aree più svantaggiate. Un terzo approccio, definito processo innovativo, punta a un comunitarismo metodologico: comunità come luogo di identificazione e trasformazione. Dal confronto, dal conflitto e dai principi costitutivi dello Stato riparte la comunità e si trasforma.
All’interno di una comunità, gli intellettuali pensano e i politici agiscono. Il voto è l’unico vero rito formale della comunità. Il singolo non è solo all’interno di una comunità se la politica riesce ad associare al rigore del comando una funzione di servizio.
La comunità viene studiata dagli intellettuali come programma e fenomeno. La Comunità può essere intesa come fabbrica, comunità non fatta per vivere ma per creare sviluppo. La comunità viene studiata anche come luogo di gruppo: comunità fondata sulla socialità e sul vivere bene. La comunità italiana ha scelto di essere fabbrica. Seguendo il mito dello sviluppo, ha lentamente ceduto il passo al primato del singolo. L’imprenditore privato si è sostituito allo Stato per creare sviluppo. Il processo di privatizzazione è ormai compiuto e irreversibile. Chi crede ancora nell’interventismo statale, resta imbrigliato in logiche politiche. La Comunità deve essere intesa come luogo in cui vivere bene e creare sviluppo. La riscoperta dell’altro porta alla fuga dalla gabbia del soggettivismo e innesca il processo di ricomposizione del tessuto sociale.
Erminio Merola
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