un caffè a teatro

I monologhi della vagina di Eve Ensler

I monologhi della vagina (1996) è un’opera teatrale di Eve Ensler, l’autrice recitava i monologhi che riguardavano le donne e le loro esperienze riguardo la loro vagina, lo faceva con il pubblico.  Il materiale contenuto nel testo è il risultato di 200 interviste fatte a donne sugli argomenti più disparati e su cui si aveva difficoltà nel raccontare e accettare: le loro idee sul sesso, relazioni intime e violenza contro le donne.

L’idea di mettere nero su bianco queste esperienze al femminile prende vita quando la drammaturga si rende conto di vivere in una società violenta e che la difficoltà dell’emancipazione femminile è strettamente connessa alla loro sessualità.

Eva Ensler è una donna e drammaturga statunitense che si è impegnata, e tutt’ora si impegna, nel cambiare il mondo, denunciando non solo gli stereotipi ma cercando una strada comunicativa che sia capace di familiarizzare con tematiche complesse e renderle normali.

Per fare questo tipo di percorso, oltre ad una spiccata sensibilità, c’è bisogno di coraggio perché prima di intraprendere una strada dettata da un’idea controcorrente e per certi versi scomoda, si sa da dove si parte e ma non si sa dove sia il punto di arrivo.

L’autrice non immaginava che il suo spettacolo teatrale potesse essere ripreso in tutto il mondo come, poi, è accaduto. Erano tante le donne che avevano bisogno di liberarsi, parlare e denunciare.

Eve Ensler

Eve Ensler

I monologhi della vagina: temi affrontati

Ecco alcune parole di Eve Ensler sulla messinscena de I monologhi della vagina:

La prima volta che ho messo in scena I monologhi della vagina ero certa che qualcuno mi avrebbe sparato. Perciò quando sono salita sul palco di un piccolo teatro di Manhattan mi sono sentita come se stessi attraversando una barriera invisibile, rompendo un tabù mo0lto profondo. Ma non mi hanno sparato. Alla fine di ogni spettacolo c’erano lunghe code di donne che volevano parlare con me. sulle prime ho pensato che volessero condividere le loro storie di desiderio e appagamento sessuale.

In realtà si mettevano in fila per dirmi come e quando fossero state stuprate o aggredite o picchiate  o molestate. Ero sconvolta al vedere che, una volta rotto il tabù, si liberava un fiume in piena di memorie, rabbia e dolore.

I monologhi della vagina si compone di diversi brani, ciascuno di questi testi affronta diversi temi legati al mondo intimo femminile: sesso, stupro, mutilazione, mestruazioni, mutilazione, nascita, orgasmo e masturbazione. Ciò che a livello tematico preme comunicare al lettore è che la vagina non è semplicemente un organo del corpo ma la rappresentazione di ciascuna individualità.

Ciò di cui non si parla spesso o di cui si fa fatica a pronunciarne anche il solo nome, diventa un segreto e il segreto nasconde in sé sempre quel senso di vergogna e di paura. Questi sentimenti di disagio provocano imbarazzo e limitazione che dal pensiero si trasforma in azione e quindi in privazione.

Familiarizzare con questa sfera, soprattutto intima, aiuta ad avere maggiore consapevolezza di se stesse, di ciò che si è e di quello che si desidera. Partendo da questo presupposto, la sicurezza del proprio corpo e della propria sessualità aprono la mente ad una visione più ampia, appartenente a qualsiasi sfera sociale che riguarda ciascuna donna.

I monologhi della vagina

I monologhi della vagina

Quando si subisce uno stupro, ad esempio, si ha difficoltà nell’accettare ciò che è accaduto non solo per la violenza subìta ma per la vergogna che si prova nel dover comunicare un tipo di abuso intimo. Questo timore e questa vergogna sono frutto anche di una società che ha esaltato la sessualità maschile a discapito di quella femminile, vista sempre come un qualcosa di peccaminoso o di irrilevante.

Il contenuto de  I monologhi della vagina oltre a sfatare tabù atavici, è fondamentale per comprendere il meccanismo perverso che genera chiusura e censura su taluni argomenti e problematiche che possiedono, se liberate, la forza della libertà e dell’indipendenza femminile.

Isa Danieli mette in scena Raccontami una passeggiata devota

Isa Danieli porta in scena Raccontami una passeggiata devota, l’evento conclude il progetto La valorizzazione della millenaria fiera della Croce di Stio che unisce in partenariato i Comuni di: Campora, Orria, Perito, Stio e Valle Dell’angelo con capofila del progetto Gioi.

Isa Danieli

Isa Danieli

L’ultimo appuntamento della Rassegna artisticamente diretta da Lillo De Marco, è con lo spettacolo teatrale di Isa Danieli. Il 13 Giugno alle ore 21:00, nella splendida cornice del Convento di San Francesco a Gioi, l’attrice napoletana mette in scena “Raccontami – una passeggiata devota”, riportando l’attenzione sui comuni riuniti sotto il segno della “Fiera della Croce” ed inseriti nel progetto turistico e di eventi finanziato dalla Regione Campania.

La sindaca di Gioi, Maria Teresa Scarpa, dichiara:

l’evento di Gioi rappresenta la conclusione di un percorso interrotto a causa del Covid che adesso ci consente di avviare quello che è il nostro progetto di destagionalizzazione turistica. Ospitiamo lo spettacolo di Isa Danieli nel giardino del convento di San Francesco, struttura storica che é sede di diversi appuntamenti artistici e culturali.

É un luogo che vogliamo riaprire e offrire ai nostri concittadini e non solo. A causa ancora della pandemia ci saranno delle stringenti regole per l’accesso alla manifestazione infatti è obbligatoria la prenotazione per un numero di posti limitato. Inoltre ai non residente a Gioi è possibile prenotarsi accedendo gratuitamente allo spettacolo teatrale solo se avrà prenotato, e utilizzato nei giorni precedenti o nello stesso giorno, i servizi offerti dalle attività di ristorazione, bar, B&B, commercio e servizi di accoglienza del Comune.

Questa formula sarà utilizzata anche per i prossimi appuntamenti proposti dal Comune per la destagionalizzazione nei mesi di giugno, luglio, settembre e poi per tutto l’autunno. Gioi si propone come una meta turistica da vivere più mesi l’anno.

Lillo De Marco, direttore artistico, dichiara:

Le attività spettacolari messe in campo nell’articolato percorso di valorizzazione del Cilento interno , hanno dato luogo ad un variegato cartellone artistico costituito da rievocazioni storiche, spettacoli musicali, concerti di musica classica, spettacoli teatrali, installazioni artistiche (murales) . Un mix di attività impreziosite dalla presenza di artisti del panorama nazionale tra i quali Enzo Gragnaniello, Gaetano Stella, Espedito De Marino, Sarah Falanga,.

Tantissimo spazio è stato dato agli artisti e alle tante produzioni del territorio. Il crono programma prolungatosi ben oltre i tempi previsti a causa della pandemia è stato prorogato per ben due volte dalla Regione Campania. E’ motivo di orgoglio per il sottoscritto, e per il Comune di Gioi, soggetto promotore dell’iniziativa,  aver prodotto con questi spettacoli numerose giornate lavorative per gli artisti impiegati che, anche grazie ai numerosi eventi del progetto hanno potuto beneficiare  dei “bonus Covid”  messi in campo dal Governo, Regione Campania, Mibact e Nuova Imaie.

Isa Danieli

Isa Danieli

Raccontami una passeggiata devota: lo spettacolo scritto e interpretato da Isa Danieli

Quello dell’attrice partenopea è un percorso di donna e di attrice che ha attraversato e attraversa, i generi più diversi delle forme teatrali esistenti. Dal gradino più basso, quello della sceneggiata, alla tragedia greca di Euripide e di Eschilo, fino ad incarnare le parole di autori contemporanei che hanno scritto per lei. Dalla Wertmuller a Chiti, da Ruccello a Santanelli e poi Moscato, Letizia Russo e Antonio Tarantino, fino al recente Ruggero Cappuccio.
Una tradizione teatrale antichissima “tradita” e amata al tempo stesso. Parole soffiate fino al cuore di chi ascolta, per trattenerle, perché rimbalzino in un’eco mai rassegnata e muta.
Isa Danieli spiega con queste parole il progetto:
Sono contenta di recitare a Gioi per condividere un privilegio specialissimo: quello di aver dato voce come attrice, per un quarto di secolo, ad autori e autrici che hanno scritto per me storie che narravano quegli anni e questi anni: la forza, la fragilità, i vizi e le virtù dei personaggi che ho interpretato, sono imbrigliati nei ricordi e in questa lettura ce n’è una testimonianza che a me fa piacere salutare insieme a voi.

Lo spettacolo è ad ingresso gratuito ma con prenotazione obbligatoria al numero 333/8267216 
Data l’emergenza sanitaria in corso si applicheranno le misure di prevenzione Covid previste dal protocollo vigente per garantire la massima sicurezza.

Carmelo Bene e il teatro

Carmelo Bene è stato una delle figure più importanti per la cultura del ‘900 e non solo perché è stato capace di trasformare il linguaggio teatrale, reinventandolo con uno stile ricercato e barocco. Un artista a 360 gradi, dotato di genialità, irriverenza e immensa cultura letteraria, teatrale e filosofica. La sua battaglia principale per quanto concerne la sfera teatrale è quella di scagliarsi contro il teatro di testo, in favore di un teatro da lui stesso definito scrittura di scena, che dice ma mai del tutto.

Il teatro a cui si ispira Carmelo Bene è quello di Antonin Artaud, che descriveva con queste parole il teatro:

Un teatro che subordini la regia e lo spettacolo, vale a dire tutto ciò che in esso c’è di specificatamente teatrale, al testo, è un teatro di idioti, di pazzi, di invertiti, di pedanti, di droghieri, di antipoeti, di positivisti, in una parola di Occidentali.

Nel 1972 Carmelo Bene, smaltita la sbornia cinematografica, ritorna a teatro. Questo ritorno significa calcare le grandi scene, in cui ci sono le code ai botteghini. Colleziona 25 sold out di fila con Nostra Signora dei Turchi.

Gli anni ’70 sono segnati nel teatro dalla nascita del teatro antropologico: Grotowski, l’Odin Teatret di Eugenio Barba. Di questo panorama Carmelo Bene dice:

Grotowski l’ho intravisto e non mi piace. Ho seguito un seminario di Barba al convegno di Ivrea e mi ha fatto morir dal ridere. Non potendo scavalcare una barriera umana, mi sono pisciato sotto davvero. Nessuna traccia di umorismo e ironia. Problemi personali. Con il pretesto del teatro o altro, mettono su queste comunità spiritate dove ci si può sopportare solo a patto di buttarla sulla comunione-masturbazione mistica.

Per Carmelo Bene questa tipologia di teatro rappresenta la povertà di quest’arte scenica perché non esprime altro la sofferenza cassamutuata.

Il teatro per lui rappresenta il dover dar voce ad un’allucinazione senza testo e senza autore.

L’attore è un vivo che si rivolge ai vivi, ma, in particolare nel repertorio classico, deve cessare di essere tale per apparire come contemporaneo del personaggio, simile a un morto tra i vivi.

Carmelo Bene durante le sue esibizioni teatrali si faceva spesso applicare, prima di salire sul palcoscenico, vistosi cerotti adesivi su tutto il viso perché voleva cancellare il riconoscimento del proprio viso e trasmettere una sorta di effetto invisibile.

Carmelo Bene

Un personaggio controverso e anarchico che ha capovolto il senso del teatro e non solo

La figura di Carmelo Bene è stata spesso oggetto di grandi polemiche: per alcuni è stata una figura geniale mentre per altri un presuntuoso massacratore di testi.

La lotta di Carmelo Bene si dirige contro la drammaturgia borghese che appoggia la classica visione del teatro.

Per l’artista è l’arte dell’attore quella su cui puntare i riflettori perché è l’attore che deve personificare tutto il complesso teatrale.

Carmelo Bene si scaglia contro il teatro di testo che si limita ad un semplice ripetere, imparando a memoria, le parole scritte da altri. Ciò che invece deve fare l’attore, secondo Carmelo Bene, è divenire l’artefice della scena e non un calarsi nel ruolo per intrattenere. Il testo teatrale rappresenta un effetto scenico come possono esserlo la musica o le luci.

Se volessimo descrivere il personaggio di Carmelo Bene lo potremmo definire un anarchico del teatro.

Gilda Ciccarelli ci parla del ruolo della donna nel teatro napoletano

Rieccoci con una nuova puntata di un caffè a teatro con Gilda Ciccarelli della compagnia teatrale La Fermata. Questa è la prima puntata che realizziamo post Covid e abbiamo deciso di parlare di donne nel teatro ma in modo diverso e guardando il ruolo della donna da un’altra prospettiva.

Gilda Ciccarelli: video

La prima attrice della compagnia teatrale La Fermata ci parla delle donne nel teatro napoletano

Con Gilda Ciccarelli avevamo già parlato, in una puntata precedente di un caffè a teatro, di storie di donne a teatro e al cinema passando da Eleonora Duse a Meryl Streep.

Oggi non parleremo soltanto dell’evoluzione storica che hanno avuto le donne all’interno del teatro napoletano ma anche di come si sono evoluti determinati stereotipi femminili nel teatro partenopeo e lo faremo da un punto di vista più femminista, lasciateci passare questo termine.

Quello che andremo ad analizzare con la prima attrice della compagnia teatrale La Fermata è il ruolo della donna in determinati periodi che hanno fatto la storia del teatro napoletano. Ci soffermeremo, soprattutto, su un personaggio abbastanza controverso, per certi aspetti.

La figura femminile di cui stiamo parlando è quella di Filomena Marturano ma procediamo con ordine partendo dal teatro napoletano prima di Eduardo De Filippo.

La donna nel teatro napoletano spiegata da Gilda Ciccarelli

Gilda Ciccarelli della compagnia teatrale La Fermata ci parla del ruolo della donna nel teatro napoletano

Il ruolo della donna nel teatro napoletano spiegato da Gilda Ciccarelli

Il ruolo della donna nel teatro napoletano si è evoluto insieme al ruolo che, in quel periodo, il gentil sesso aveva nella società. Infatti all’inizio, nel primo teatro napoletano, il personaggio femminile non ricopre un ruolo drammaturgicamente rilevante perché era un personaggio che faceva da spalla ai ruoli principali che erano quelli maschili. I ruoli interpretati dalle donne in questo periodo erano quello della moglie, della figlia o della zitella ed erano personaggi che, all’interno del canovaccio, non avevano una crescita o un’evoluzione. I personaggi femminili di questo periodo infatti rappresentano i tre classici stereotipi sociali del tempo e le aspettative che si riponevano in lei.

La donna nasceva come figlia e doveva diventare moglie ma, per diverse ragioni, poteva non avere pretendenti e quindi restare zitella a vita e da qui i personaggi prendevano i classici connotati di moglie tradita, figlia obbligata a sottostare ad imposizioni familiari e così via. In breve quella proposta è una donna derivante da una società e cultura maschilista.

Donne nel teatro napoletano

Le donne nel teatro napoletano

Gilda Ciccarelli afferma:

L’evoluzione della donna nel teatro napoletano la iniziamo a intravedere in alcune commedie, non popolari e quindi meno famose, di Salvatore Di Giacomo in cui la donna inizia a ricoprire un ruolo differente: quello della femmina napoletana portavoce di una società matriarcale.

In realtà questo ruolo, quello matriarcale, è sempre esistito solo che si tendeva a schiacciarlo per dare spazio agli stereotipi della donna succube.

L’evoluzione più grande nel teatro napoletano l’abbiamo con Eduardo De Filippo. Infatti il primo personaggio che viene in mente è quello di Filomena Marturano. Una donna costretta, per necessità, a doversi prostituire.

Filomena Marturano è una donna che lotta per i suoi diritti e lotta rivendicando il suo essere donna ma per scoprire alcuni aspetti di questo personaggio controverso non vi resta che guardare il video in home.

Francesco Teselli interpreta All’amato me stesso di Vladimir Majakovskij

Eccoci con un nuovo appuntamento di un caffé a teatro che, in questi giorni complicati per potersi parlare face to face come un tempo, cambia d’abito ma non di contenuto.

Oggi abbiamo deciso di pubblicare l’interpretazione della poesia All’amato me stesso fatta da Francesco Teselli della Compagnia Teatrale La Fermata.

All’amato me stesso è una poesia di Vladimir Majakovskij (1893-1930), scrittore, poeta, regista teatrale, attore e giornalista sovietico. L’artista da subito ha aderito al Futurismo, corrente artistica e letteraria, che rigettava il classicismo e l’arte di un tempo e che nel linguaggio effettuò una vera e propria rivoluzione lessicale.

Nel 1912 Vladimir Majakovskij insieme a Burljuk, Chlebnikov, Kamenskij e Krucenych firmò il manifesto Schiaffo al gusto del pubblico in cui veniva dichiarata e sottoscritta la volontà di allontanarsi dalle formule poetiche di un tempo, contemplando la libertà artistica in tutte le sue manifestazioni.

Abbiamo posto alcune domande a Francesco Teselli per comprendere qualcosa in più sulla scelta e sul contenuto della poesia.

Vladimir Majakovskij

Vladimir Majakovskij

Francesco Teselli: intervista

1. Perché hai scelto di interpretare All’amato me stesso di Vladimir Majakovskij?

La scelta è legata all’iniziativa che stiamo portando avanti noi della Compagnia Teatrale La Fermata sui Social Network con Teniamoci a Teatro Di Sicurezza, che ha una politica ben precisa, in questo periodo così difficile.

Scopo di questo progetto, infatti, è fare performance in diretta Facebook, per ricreare in noi attori e negli spettatori quello stato emotivo che ci accomuna durante uno spettacolo e, soprattutto, far passare il messaggio importante che bisogna restare a casa senza però rinunciare alla cultura. Scegliere di fare una poesia così complessa, di un autore così semanticamente stratificato, semplicemente girando un video con il cellulare, era una sfida che mi andava di raccogliere.

2. Qual è la tua interpretazione del testo?

Di questa poesia, All’amato me stesso, che si affranca dalla tipica impronta poetica di Vladimir Majakovskij – pur  trattenendone la forza militante – mi affascina molto, da sempre, il contrasto violento, l’incontro feroce tra un’anima immensa e l’essenza percepita dell’inutilità.

È una caporetto, quella del poeta: il suo spirito è troppo grande, alla fine soccomberà trascinando il suo “enorme amore” unicamente in chissà quale “notte delirante e malaticcia” (di dostoevskiana memoria). La ripetizione ossessionante dell’ipotesi d’essenza sono tutte anticlimatiche (s’io fossi piccolo, come il grande oceano; povero come un miliardario; balbuzziente come Dante o Petrarca) è tutto in antitesi: è la dicotomia del mondo.

Francesco Teselli: video

L’attore recita All’amato me stesso

3. Che cosa significa, per te, questa poesia?

All’amato me stesso per me rappresenta esattamente l’opposto. Mi ha convinto proprio questo a farla: un ulteriore contrasto, quello che divide la mia condizione emotiva attuale dall’inesorabile inferno di Vladimir Majakovskij, che lo porterà al suicidio.

D’accordo sui chiaroscuri della vita, ma io adesso sto bene. Pandemia a parte, gira tutto nel verso giusto. E dato che l’attore veramente bravo non mette mai in scena se stesso: ecco a voi il mio contrario, in tutto e per tutto.

All’amato me stesso di Vladimir Majakovskij

Quattro. Pesanti come un colpo.

A Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio.

Ma uno come me dove potrà ficcarsi?

Dove mi si è apprestata una tana?

 

S’io fossi piccolo come il grande oceano,

mi leverei sulla punta dei piedi delle onde con l’alta marea,

accarezzando la luna.

 

Dove trovare un’amata uguale a me?

Angusto sarebbe il cielo per contenerla!

 

O s’io fossi povero come un miliardario… Che cos’è il denaro per l’anima?

Un ladro insaziabile s’annida in essa:

all’orda sfrenata di tutti i miei desideri

non basta l’oro di tutte le Californie!

 

S’io fossi balbuziente come Dante o Petrarca…

Accendere l’anima per una sola, ordinarle coi versi…

Struggersi in cenere.

E le parole e il mio amore sarebbero un arco di trionfo:

pomposamente senza lasciar traccia vi passerebbero sotto

le amanti di tutti i secoli.

 

S’io fossi silenzioso, umil tuono… Gemerei stringendo

con un brivido l’intrepido eremo della terra…

Seguiterò a squarciagola con la mia voce immensa.

 

Le comete torceranno le braccia fiammeggianti,

gettandosi a capofitto dalla malinconia.

 

Coi raggi degli occhi rosicchierei le notti

s’io fossi appannato come il sole…

 

Che bisogno ho io d’abbeverare col mio splendore

il grembo dimagrato della terra?

 

Passerò trascinando il mio enorme amore

in quale notte delirante e malaticcia?

 

Da quali Golia fui concepito

così grande,

e così inutile?

 

Il virus ha le ore raccontate: la compagnia teatrale Puck TeaTrè rivisita le favole per intrattenere i più piccoli in quarantena

L’appuntamento di oggi con un caffé a teatro è dedicato ai più piccoli che, probabilmente più di noi adulti, stanno affrontando non poche difficoltà nel dover restare a casa, rinunciando alle loro attività ricreative e alla loro libertà.

Per questo motivo abbiamo deciso di dedicare un momento di spensieratezza anche a loro.

La compagnia teatrale Puck TeaTrè ha pensato ad un modo leggero e vivace per intrannere i più piccoli, rivisitando le favole più note a cui il loro piccolo pubblico è affezionato.

Puck TeaTré rivisita le favole ai tempi del Coronavirus

La compagnia teatrale si reinventa ai tempi del Coronovarus

La compagnia teatrale Puck TeaTré spiega così la sua iniziativa:

Abbiamo pensato di creare questi racconti completamente rivisitati perché nei primi giorni di quarantena “i nostri bambini sperduti” ci hanno chiesto di inviargli dei video per salutarli. Crediamo che questo possa essere un modo leggero di allietare le giornate.

Stare fermi non fa parte di noi, siamo in continuo movimento e in continua creazione a casa nonostante i mezzi limitati a disposizione.

Fino ad oggi gli appuntamenti conPuck TeaTré il virus ha le ore racContate sono stati cinque:

1. Cappuccetto Rosso

2. Biancaneve e i sette nani

3. La Sirenetta, il ritorno

4. La Bella addormentata, il risveglio

5. La Bella e La Bestia, il primo appuntamento

Il video di questa puntata de il virus ha le ore racContate lo potete vedere in home!

La Commedia dell’Arte spiegata da Gilda Ciccarelli e Francesco Teselli

Eccoci con un’altra puntata di Un caffé a teatro con Francesco Teselli e Gilda Ciccarelli della compagnia teatrale La Fermata. Nella puntata precedente i due attori ci hanno parlato della biomeccanica a teatro. L’argomento di oggi invece riguarda La Commedia dell’Arte.

un caffè a teatro con la compagnia teatrale La Fermata

Francesco Teselli e Gilda Ciccarelli ci parlano della commedia dell’arte

Con La Commedia dell’Arte ci si riferisce ad uno stile teatrale, nato in Italia agli inizi del ‘500, diffusosi successivamente anche in Europa. La Commedia dell’Arte si caratterizza da dialoghi che di volta in volta si adattano ad un determinato scenario.

Le caratteristiche della Commedia dell’Arte si possono suddividere in tre punti principali:

  1. Si distanzia dal teatro colto
  2. Personaggi fissi
  3. Professionalizza il mestiere dell’attore

La Commedia dell’Arte nasce per l’insofferenza nei confronti della commedia tradizionale e si sviluppava in assenza di un canovaccio. Ciò non implica una completa improvvisazione perché ciascun attore era specializzato nell’interpretazione di un determinato personaggio fisso . Questa fissità era accentuata dall’uso delle maschere, espediente scenico che era utile al pubblico per riconoscere i personaggi.

commedia dell'arte

Commedia dell’Arte

Dalla Commedia dell’Arte nascono le maschere più note della nostra tradizione: Pulcinella, Arlecchino, Capitan Fracassa, Gianduia etc.

Per scoprire altre curiosità non vi resta che guardare il video in home con Francesco Teselli e Gilda Ciccarelli.

La biomeccanica a teatro: come muoversi sul palco

Nella puntata precedente Francesco Teselli e Gilda Ciccarelli ci hanno parlato della regia teatrale.

Oggi, invece, i due attori della compagnia teatrale La Fermata ci parleranno della biomeccanica teatrale o scenica ovvero dell’importanza di sapersi muovere sul palco ed esprimere emozioni, senza dover necessariamente utilizzare la parola.

Biomeccanica teatrale

Comunicare senza parlare

Biomeccanica scenica: che cos’è?

La biomeccanica scenica è un metodo formativo, utile per poter comprendere il ruolo dell’attore e svolgerlo nel migliore dei modi. Questo metodo fomativo risale al 1922 ed è stato ideato da Vsevolod Mejerchol’d, noto regista russo e pedagogo.

Protagonista della biomeccanica è il corpo dell’attore perché attraverso l’utilizzo di quest’ultimo, l’attore, deve essere capace di comunicare e trasmettere emozioni senza avvalersi della parola. Esercitandosi con la biomeccanica scenica, l’attore prende consapevolezza del proprio corpo, utilizzandolo come se fosse una macchina.

Francesco Teselli e Gilda Ciccarelli: video

movimento scenico

Vsevolod Mejerchol’d divideva la biomeccanica in tre fasi: l’intenzione, l’esecuzione fisica e la reazione psichica.

L’intenzione rappresenta la percezione del compito ricevuto.

L’esecuzione fisica è la realizzazione pratica dell’idea che ha l’attore.

La reazione psichica è la capacità di far emergere la vita emozionale dell’attore.

Francesco Teselli e Gilda Ciccarelli: video

Compagnia teatrale La Fermata

Per approfondire e scoprire il resto non vi resta che guardare il video!

Francesco Teselli e Gilda Ciccarelli parlano di regia teatrale

Eccoci con un’altra puntata di Un caffè a teatro con Francesco Teselli e Gilda Ciccarelli della compagnia teatrale La Fermata.

Un caffè al teatro con Francesco e Gilda

Un caffè al teatro

Nella puntata precedente abbiamo parlato di storie di donne a teatro e al cinema: da Eleonora Duse a Meryl Streep.

Oggi i due attori teatrali ci parlano di regia teatrale, facendo una premessa dalla nascita di questa figura che si è affermata nei primi anni del ‘900 fino ad arrivare ai nostri giorni.

La regia teatrale

La regia teatrale

Il regista teatrale è la figura principale dell’allestimento complessivo di una rappresentazione teatrale perché guida e gestisce i lavori dei diversi collaboratori della sua equipe.

Non è semplice fare una descrizione esaustiva su tutti i compiti che ha il regista, possiamo semplicemente definire questa figura come quella che gestisce il filo narrante di uno spettacolo.

André Antoine

André Antoine

André Antoine ( 1858-1943), regista e attore teatrale francese è riuscito a sovvertire le fondamenta sceniche e di regia del teatro, ispirandosi ad un concetto di teatro naturalista.

Wilhelm Richard Wagner (1813-1883),noto  compositore, è stato colui che ha cambiato l’illuminotecnica del teatro come l’introduzione del buio in sala, per fare un esempio. Ciò ha permesso il coinvolgimento emotivo dello spettatore, rendendolo più partecipe.

La strada di Federico Fellini

La strada di Federico Fellini

Per scoprire il resto non vi resta che ascoltare le parole di Francesco Teselli e Gilda Ciccarelli.

Storie di donne a teatro e al cinema: da Eleonora Duse a Meryl Streep

Eccoci di nuovo con l’appuntamento Un caffè a teatro con Francesco Teselli e Gilda Ciccarelli della compagnia teatrale La Fermata. I due attori, nella puntata precedente, ci avevano parlato di storie di donne a teatro partendo da Eleonora Duse a Elvira Notari, la prima regista donna nata a Salerno.

Oggi proseguiamo su questo argomento, parlando delle figure femminili più importanti che hanno segnato la storia del teatro fino ad arrivare al cinema.

Donne a teatro e al cinema

Donne a teatro e al cinema

Quali sono le protagoniste femminili che hanno cambiato il concetto del teatro, rompendo gli schemi, fino ad arrivare ai nostri giorni? L’elenco completo sarebbe lungo, quindi cercheremo di menzionare le più importanti.

Marta Abba

Marta Abba

Marta Abba

Iniziamo dalla musa ispiratrice, presunta amante, di Luigi Pirandello: Marta Abba (1900-1988) è stata una delle più grandi interpreti del ‘900.

L’attrice inizia a studiare recitazione all’Accademia dei Filodrammatici, esordendo con il dramma Il gabbiano di Anton Pavlovič Čechov. Marta Abba, già in questa occasione, non passò inosservata mostrando il suo talento e la sua indole impetuosa e passionale.

Luigi Pirandello legge la critica di Marco Praga che definisce l’attrice con queste parole:

C’è una tempra di attrice in questa giovane e, aggiungo, di primattrice. La sua bella figura scenica, la sua maschera, la sua voce ch’è di timbro dolcissimo e insieme delle più calde, l’intelligenza di cui ha dato prova in questa parte protagonistica del dramma cecofiano, la sua sicurezza e la sua disinvoltura, la dimostrano nata per la scena, e subitamente matura per affrontare il gran ruolo.

Marta Abba

Marta Abba a teatro

Luigi Pirandello, dopo aver letto ciò, decide di scritturare Marta Abba, che diventa l’interprete fedele delle sue rappresentazioni teatrali e la sua musa ispiratrice. L’incontro tra Luigi Pirandello e Marta Abba è stato descritto dall’attrice in diverse occasioni con queste parole:

Io arrivai a Roma accompagnata da mia madre. Era il primo viaggio verso una Compagnia con la quale avrei dovuto fare una tournèe. Sul palcoscenico vidi alcune persone nel semibuio, e una con i capelli d’argento, il pizzetto bianco, piuttosto curva. Io entrai in palcoscenico e qualcuno disse: “È Marta Abba”. Pirandello allora scattò dalla sua poltrona e mi venne incontro con quella sua splendida vitalità: non pareva certo vecchio! Mi strinse ripetutamente la mano e mi disse: ” Benvenuta signorina; siamo contenti che sia arrivata”.

Con Luigi Piradello si crea, dal primo momento, un rapporto di stima e di profondo affetto, tanto che riguardo a questo legame si è molto discusso e in molti hanno pensato ad una storia d’amore tra i due. Che ci sia stato qualcosa che disattende la semplice amicizia, lo conferma un libro che raccoglie le numerose lettere tra lo scrittore e Marta Abba (Lettere a Marta Abba edito da Mondandori nel 1995).

Da questi carteggi emerge profondo amore e grande devozione tra i due. Ci sono alcune epistole, come quella che lo scrittore invia all’attrice mentre lei era in vacanza, che ne attestano la gelosia e lo sconforto per la mancanza dell’amata.

Ecco un frammento della lettera:

Marta mia, ti mando in questo momento, sono le 10 e 1/2 del mattino, un telegramma con risposta pagata, per avere prima di questa notte Tue notizie. Questa notte sono stato agitatissimo, ho fatto un orribile sogno. E ho bisogno di tranquillarmi! Non puoi immaginarti in quanta preoccupazione io viva. Le cose più folli mi passano per la testa e non trovo un momento di requie… Pensa a me, pensa a me Marta: io sono qua unicamente per Te; non veder chiusa entro limiti angusti la tua vita…

Marta Abba, dopo la morte di Luigi Pirandello, sposa un idustriale e si stabilisce a Cleveland nel 1952, anno stesso del suo divorzio. L’attrice decide di tornare in Italia e di ricalcare le scene fino a metà degli anni Cinquanta. Si ammala di paresi ed è costretta a vivere su una sedia a rotelle e lontana dalle scene fino alla sua morte.

Dacia Maraini

Dacia Maraini

Il teatro femminista di Dacia Maraini

Facciamo un salto negli anni ’70, arrivando alla nascita del Teatro della Maddalena (1973-1980) a Roma, fondato da Dacia Maraini e da Natalia Ginzburg, entrambe sostengono i diritti delle donne e la loro emancipazione sociale e culturale. Il teatro da loro fondato è un teatro impegnato, è uno strumento veicolare per denunciare e svolgere azioni politiche in favore delle donne.

Restando in questi anni non possiamo non parlare di Franca Rame (1929-2013), attrice teatrale e politica italiana nonché moglie di Dario Fo insieme al quale fonda la Compagnia Dario Fo-Franca Rame, che ebbe molto successo.

Franca Rame

Franca Rame

Franca Rame nel 1973 fu costretta a salire su un furgoncino con cinque uomini appartenenti all’estrema destra (neofascismo), ciascuno la stupra a turno e la torturano. L’attrice nel 1981 porta in scena lo spettacolo teatrale Tutta casa, letto e chiesa dove all’interno c’è il monologo Lo stupro, che racconta proprio di questo tragico avvenimento della sua vita.

Franca Rame: monologo Lo Stupro

Questo è solo un accenno ai personaggi femminili di cui ci hanno parlato Gilda Ciccarelli e Francesco Teselli della compagnia teatrale La Fermata, per il resto non vi resta che guardare la puntata di un Caffè al teatro!

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